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L'arbitrato amministrato presso le Camere di Commercio

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L'arbitrato amministrato presso le Camere di Commercio

L’arbitrato rappresenta il procedimento di ADR più vicino al giudizio ordinario, stante la sua natura decisoria e la vincolatività per tutti i soggetti coinvolti.

Le parti possono accordarsi di deferire la controversia ad un arbitro unico o un collegio arbitrale in via preventiva, mediante l’inserimento di una clausola compromissoria contenuta all’interno del testo negoziale o in un atto separato (art. 808 c.p.c.) oppure, una volta insorta la lite, con un apposito negozio formale denominato compromesso (art. 807 c.p.c.).

Il procedimento arbitrale termina con una decisione denominata lodo, soggetta ad impugnativa nei casi contemplati dalla legge.

Il potenziamento dell’arbitrato quale modello alternativo di risoluzione delle controversie si fonda su una molteplicità di ragioni di politica legislativa, tra le quali assumono preminente importanza la particolare competenza dell’organo decisionale, i tempi ristretti per la soluzione della lite e la riservatezza del procedimento.

Tali requisiti rispondono all'esigenza di garantire anche nei procedimenti arbitrali i principi del contraddittorio, di parità fra le parti e di imparzialità del giudicante, nonché assicurare, da parte degli arbitri, il corretto esercizio di un potere analogo a quello esercitato dai giudici statali.

A fianco dell'arbitrato sopra indicato (definito "rituale") sussiste anche la figura dell'arbitrato c.d. "irrituale", in cui l’arbitro agisce in veste di mandatario delle parti e la propria determinazione si risolve in un atto avente valenza contrattuale, impugnabile mediante l’esperimento degli ordinari rimedi negoziali e non avente valenza di titolo esecutivo.

La funzione decisoria vale a distinguere la fattispecie appena descritta sia dall’arbitraggio ex art. 1349 c.c. che dalla perizia contrattuale.
Nel primo caso il terzo svolge, secondo il proprio prudente apprezzamento, una funzione integrativa dell’autonomia privata, determinando il contenuto della prestazione negoziale; nell’altra ipotesi, invece, le parti rimettono ad un altro soggetto - dotato di particolari cognizioni di carattere tecnico - una valutazione che si obbligano ad accettare come diretta espressione della propria volontà negoziale.

Anche per l’arbitrato, così come per la mediazione, si ripropone la distinzione tra un modello “ad hoc” ed uno c.d. “amministrato”.
Nel primo caso sono la parti a provvedere direttamente alla nomina dell'arbitro (c.d. arbitro unico) o degli arbitri (c.d. collegio arbitrale) ed alla definizione di tutte le questioni riguardanti il concreto svolgimento della procedura.

Anche nell'altro modello la scelta degli arbitri viene effettuata dalle parti ma, qualora queste ultime non possano o non vogliano decidere, gli stessi vengono designati dall’istituzione che amministra il relativo servizio. Tale fattispecie appare quella preferita dal legislatore, dal momento che offre specifiche garanzie di competenza, serietà, riservatezza, maggiore imparzialità nella decisione delle liti e predeterminazione dei costi.
Il ricorso all’arbitrato amministrato, infatti, appare maggiormente in grado di garantire l’indipendenza, l’imparzialità e la terzietà degli arbitri, superando i limiti connaturati alle procedure “ad hoc”.

Sotto tale profilo le Camere Arbitrali costituite presso le Camere di Commercio ex art. 4, l. 29.12.1993, n. 580 - per la particolare competenza, terzietà ed esperienza dimostrate in un arco temporale di circa un ventennio - appaiono naturalmente preposte dall'ordinamento giuridico al rafforzamento dei sistemi di tutela previsti a favore delle imprese e dei consumatori, apportando ai soggetti coinvolti notevoli vantaggi in termini di costi per l’accesso alla giustizia nonché sotto il profilo della durata temporale dei procedimenti.
 

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